Contadini a castello: le origini di un tema

 

Il museo “A. Doro” si è posto sin dai suoi primi passi quale “testimone di una cultura alternativa, popolare, quella contadina, che ha permeato il nostro territorio e che si presenta come un segno di forte identità e di riconoscimento della nostra terra”. Il vasto patrimonio di ricerca svolto dalla Società Studi Storici e dal Centro Studi “Augusto Doro”, e l’indirizzo storico-etnografico rigorosamente scientifico coordinato dal Prof. Rinaldo Comba, hanno permesso di sviluppare il percorso museale, evidenziando la storia dell’agricoltura dalla sua nascita al ‘900, l’evoluzione delle tecniche e degli attrezzi, le trasformazioni ambientali dei nostri territori, riconducibili alla pratica agricola, nonché gli aspetti etnografici e antropologici della cultura contadina. La vocazione museale si pone, inoltre, come elemento di continuità rispetto all’importante pagina storica, scritta dalla presenza nei locali del castello dalla “Colonia Agricola Orfani di Guerra” che, dal 1923 al 1975, ospitò, educò e preparò alla vita e al lavoro le centinaia di ragazzi che, negli anni, vi furono accolti.

 

A raccontare la storia del paesaggio agrario, del mondo rurale e della produzione è, in particolare, la storia dell’arte. Le sale del museo offrono infatti la lettura dell’evoluzione del territorio e delle tecniche agrarie, oltre che su documenti e tavole d’archivio, attraverso le immagini affrescate sulle pareti delle chiese quattrocentesche, le scene che impreziosivano i palazzi nobiliari (Lagnasco, Stupinigi), e quelle ritratte su tele sei-settecentesche che restituiscono momenti di vita cittadina in cui protagonista è il cibo: il pane, la polenta, le castagne. 

 

La tecnica fotografica, infine, ha fermato attività e vita contadina, famiglie e persone che conservano nei gesti e nei visi la dignità e l’orgoglio della nostra gente di inizio Novecento.

 

Particolarmente significative sono le fotografie realizzate da Paul Scheuermeier. Il ricercatore svizzero percorse l’Italia fra il 1921 e il 1928, documentando vari aspetti della cultura materiale del mondo contadino. Il suo itinerario di ricerca toccò anche il Piemonte, lasciandoci  un ricco patrimonio documentario e iconografico. Potenti ed efficaci, e più vicine nel tempo, le immagini di Clemens Kalisher, fotografo americano, ebreo, nato in Baviera. Durante un viaggio in Europa, con sua moglie e la loro figlia, tra il 1962 e il 1963 percorse col suo furgone Wolkswagen le valli cuneesi, lasciandoci un patrimonio d’immagini emozionanti su quella “montagna dell’esodo”, proprio negli anni in cui si stava consumando l’ultimo atto: lo svuotamento, la fine di un mondo.